🇮🇹 Alla prima serata di Sanremo 2026 ci siamo annoiati tutti – Cool Haunted by nss magazine
Tra intelligenza artificiale e ricordi del passato, ecco come è stata la prima serata condotta da Carlo Conti
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Per raccontare cos’è, ad oggi, il festival di Sanremo bastano due momenti che si sono svolti durante la 76esima edizione della manifestazione canora condotta da Carlo Conti: la signora Gianna Pratesi di 105 anni che racconta il suo primo voto nel 1946 e il momento AI in cui presentatore e pubblico diventano artificiosamente dei paperi sulle note del classico di Nilla Pizzi Papaveri e papere (una marchetta bella e buona, oltre che una trovata spaventosa e perturbante quanto una sequenza del cinema di David Lynch).
Questo scontro tra passato (la signora Gianna) e futuro (l’intelligenza artificiale) si è combattuto sul palco dell’Ariston che, rispetto alla conduzione di Amadeus, continua a fare passi indietro in termini di spettacolo, interazioni e intrattenimento, con Conti in cerca di un rinnovato rigore nel festival della canzone italiana quest’anno dedicato ad uno dei suoi padri fondatori, il Pippo Baudo scomparso lo scorso anno. Il problema, però, è questo stridere tra le due anime di uno show che sa di non poter dimenticare cosa è stato il Sanremo degli ultimi anni, ma che cerca di ritrovare una propria austerità, il che significa avere una scaletta di trenta cantanti (troppi) che dalle 20.40 finisce all’1:20 (troppo) e che non si sforza di trovare nulla che sia veramente di ricreazione per il pubblico, comprese buona parte delle canzoni.
Un meme del profilo Instagram Crudeliamemon postato il giorno di inizio del festival racchiude un po’ il sentimento comune. Se la visione di Amadeus era una montagna russa la cui impressione, da fuori, era il riassunto dalla sequenza memorabile di Una notte da leoni, quella di Carlo Conti è di una serietà che si sforza per risultare spiritosa, ma che trova la sua unica ilarità nel prendere in giro il presentatore perché desidera far cantare in tempo tutti i partecipanti in gara. Cantanti che lui stesso ha scelto e che ha deciso di tenere su un numero decisamente troppo alto; una di quelle cose che effettivamente sarebbe stato bello fossero state cambiate e invece, a quanto pare, se si deve tenere qualcosa lo si fa sempre e solo con il peggio.
Ciò detto non è per forza necessario farsi piacere l’ormai fu conduzione di Amadeus, da cui sono passati già due anni. Come tutte le cose, è troppo facile parlare retrospettivamente e ricordare i tempi andati con una certa nostalgia. È anche vero però che il lavoro di Conti è stato più un compitino che una vera festa, rispecchiato dall’animo da ballad di molti brani i quali, solo qualche volta, si permettono di uscire dalla traiettoria delle classiche canzoni che vincono ai festival. Con una conduzione, tra l’altro, ancora più rigida se messa in contrasto con la preparazione ligia, ma leggera della prima co-presentatrice della serata. Una Laura Pausini che sembra assurdo non aver cantato, lei che al festival deve l’avvio della sua carriera, ma che ha fatto almeno da contraltare a quella che dovrebbe essere la compostezza di Carlo Conti e che si trasforma, spesso proprio con i suoi co-host, in inappropriata severità.
Una vetrina per la cantante il cui ultimo “scandalo” comprendeva le rispostacce rilasciate dal suo team sotto i commenti al video della cover Due vite di Marco Mengoni, eseguita in duetto col francese Julien Lieb, e che ha così potuto riconquistare il cuore degli spettatori. Con Pausini che si è riservata qualche parentesi da buona samaritana quando, a più riprese, ha sottolineato l’importanza della pace nel mondo (per dirla in breve), ma che si è serbata anche le scivolate più goliardiche tra il microfono che ha “ora in mano” e il ricordo della farfallina di Belén nel 2012.
Spettatori già rapiti, invece, da questa presenza ormai mitologica in Italia quale Can Yaman, arrestato pochi giorni fa in Turchia e rilasciato subito dopo, come da lui raccontato anche durante la conferenza stampa ufficiale. Altro protagonista di un intervallo conciliante di festival tra passato e presente, quando il nuovo Sandokan si è incontrato con la leggenda Kabir Bedi che ha interpretato il famoso personaggio per sei episodi nel 1976, rovinato dall’inadatto arrivo di Carlokan, con tanto di fotomontaggio decisamente fuori luogo.
La 76esima edizione del festival di Sanremo parte perciò sottotono, mentre aspettiamo che le canzoni crescano dentro di noi e riescano man mano a farsi strada. Nel frattempo un plauso alle concorrenti donne, le più intrepide del palco, ma anche al buongusto dei concorrenti maschili, tutti ben vestiti. I migliori della serata (e forse possiamo dire già del festival?) sono proprio gli artisti che in loro fanno conciliare questo stato tra tradizione e giovinezza: Fulminacci con abito da ragioniere che canta Stupida sfortuna e Maria Antonietta e Colombre con La felicità e basta, con la cantante in un vestito che è un omaggio alla Nada del 1969 di Ma che freddo fa.
Ciò di cui siamo felici di esserci liberati degli anni precedenti? L’ossessione dei cantanti per fare punti al Fantasanremo. Per il resto «è un volo a planare», cantava Loredana Bertè nell’82, per cui vedremo chi atterrerà sul podio di un festival ricostruito, ripensato e ripulito, il quale non sarebbe Sanremo, o tantomeno la televisione italiana, se nel momento più socialmente e storicamente importante della serata, con la signora Pratesi e il suo voto per l’abolizione della monarchia, non fosse comparsa sullo schermo la parola “Repupplica”.









