🇮🇹 Controversie e individualismi fanno davvero bene alla moda? - Cool Haunted by nss magazine
Il paradosso dell'inclusività di lusso con Philippe Pourhashemi
La moda adora il drama. È ciò per cui è nata e per cui ha resistito nei secoli, dal gossip alla corte di Versailles alla faida tra Coco Chanel e Elsa Schiaparelli. Il problema è che oggi, con la digitalizzazione degli show più esclusivi e l’ascesa dell’accessibilità come trend, la controversia è diventata un’arma più pericolosa che mai. In un momento in cui l’industria si proclama sempre più democratica e inclusiva, il confine tra visibilità personale e causa collettiva si fa sempre più sottile.
Se da un lato la controversia porta pubblicità - come insegnano gli interminabili esempi che arrivano dall’epoca di Demna da Balenciaga - dall’altro, se mal pianificata, rischia di compromettere la reputazione del suo artefice. Motivo per cui, nell’industria della moda contemporanea, è sempre meglio evitare di trasformare iniziative collettive in un’opera di personal branding.
Durante quest’ultimo Fashion Month, una questione in particolare ha agitato le acque di editor, content creator e affini: i watch party. Pochi giorni fa, dopo l’annuncio da parte di Vogue di un evento con proiezione del nuovo show di Balmain, il creator digitale Lyas si è scatenato sui social sostenendo che il media gli avrebbe rubato il format. Da circa tre stagioni, il creator francese documenta su Instagram “La Watch Party”, un format di streaming delle sfilate che, partito da piccoli bar francesi con poche decine di persone, oggi coinvolge centinaia di appassionati di moda e seguaci di Lyas. Il progetto è cresciuto al punto che alcune sfilate sono state ospitate in teatri con il supporto di sponsor e degli stessi brand: molti di loro, come Zomer, Willy Chavarria o Jacquemus, hanno persino permesso ad alcuni partecipanti di La Watch Party di assistere allo show dal vivo.
A creare controversia non è stata tanto la polemica sollevata da Lyas nei confronti di Vogue, quanto le dichiarazioni del content creator riguardo al format. Editor, giornalisti, altri creator, appassionati di moda e altri commentatori hanno portato in luce aspetti interessanti della questione, dalla vera origine dei watch party di moda (esiste davvero un proprietario, un inventore del format?) allo scopo che dovrebbero perseguire. Se l’obiettivo di un evento di streaming durante la Fashion Week è rendere la moda più democratica e accessibile, prendendo le distanze dalla morbosità dei front row, dai talent e dalle celebrity sotto i riflettori dei fotografi, perché una sola persona dovrebbe prendersene il merito, non solo soggiogandolo ma anche monetizzandolo? Come si può attaccare il sistema, se poi si accettano con tanta facilità regali e contenuti sponsorizzati sui social proprio dagli stessi brand che si criticano?
Per Philippe Pourhashemi, autore e critico di moda, l’egocentrismo non ha ragione di persistere quando l’obiettivo è l’inclusività. Inoltre, il fatto che un format dedicato all’accessibilità sia stato sostenuto anche da un media affermato dovrebbe essere interpretato come il raggiungimento dell’obiettivo stesso, non come un affronto. Proprio oggi Valentino ha annunciato che lo show della FW26 sarà messo in onda live sugli schermi di Urban Vision a Milano, Roma e Napoli. Ma il problema dell’individualismo nello star system è cominciato ben prima che i watch party e i regali stampa si infiltrassero nella industry. «La moda ha la tendenza a prendere questioni politiche e sociali e trattarle come una tendenza, renderle appariscenti e rimuovere la politica», racconta Pourhashemi. «È molto positivo che gli outsider facciano pressione sull’industria della moda affinché diventi più democratica, ma alla fine ciò che conta sono i fatti concreti». Pourhashemi sottolinea che se il vero motivo per cui vengono organizzati dei party inclusivi è per ottenere fama e affermarsi nella industry, allora la missione non solo perde il senso, ma arriva a supportare ciò contro cui stava lottando.
Il problema non riguarda solo gli outsider e il sistema, dichiara Pourhashemi, ma una tendenza generale da parte della moda di sfruttare i poteri alternativi per rafforzare l’establishment. «Se si guarda a ciò che sta accadendo ultimamente, alle sfilate, alle persone assunte dalle case di moda, alla mancanza di diversità, all’ossessione per i corpi molto, molto magri, sembra davvero che stiamo tornando indietro verso una visione conservatrice della moda», osserva il critico. «Naturalmente, i brand sono molto intelligenti, quindi colgono al volo l’opportunità di ottenere pubblicità», aggiunge. Ricordando la volta in cui Lyas si era lamentato sui suoi canali social di non essere stato invitato allo show di Dior, per poi essere accolto dallo stesso Jonathan Anderson al re-see della sfilata e ricevere in regalo una borsa della Maison, il critico sottolinea come, nonostante il periodo conservatore, ai brand piaccia ancora coinvolgere figure outsider e alternative, se e soprattutto quando il risultato è pubblicità.
La vera domanda, di fronte a un format nato per le persone che non hanno accesso al lusso ma ormai trasformato in una trovata di marketing che alimenta lo stesso sistema contro cui polemizza, è: «sei contro il sistema o collabori con loro?» Certamente, non si può incolpare un solo creator per aver reso un progetto democratico in una piattaforma pubblicitaria, anzi Lyas stesso, indirizzando tutta questa attenzione verso se stesso, rischia di mettere a repentaglio la sua stessa reputazione. Cosa succederà quando i brand avranno consumato la popolarità di questi eventi, o peggio quando ne acquisiranno il merito rendendoli un altro servizio inaccessibile? A conti fatti, conviene lasciare individualismi da parte e dedicarsi alla causa, anche celebrando i media che decidono di supportarla. Non è questo, in fondo, ciò che renderebbe la moda davvero democratica e inclusiva?








