«No, non l’ho abbandonato». Frida Giannini corregge subito la premessa della nostra conversazione: il sistema moda, dopo Gucci, non l’ha lasciato del tutto. Ha continuato a lavorare, scelto collaborazioni, detto dei no. Nel frattempo, ha dedicato tempo alla famiglia e assistito la madre durante una lunga malattia. È durante le lunghe attese in ospedale che ha cominciato a scrivere A Journey into the Style and Music of My Icons since 1969, il libro pubblicato da Rizzoli New York nel 2023. Nel 2025, ha disegnato una collezione per i 150 anni di Liberty London e dato una nuova vita al bar della sua adolescenza, oggi Bixio Caffè Bistrot. Si trova a Monteverde Vecchio, il quartiere romano in cui sono cresciute lei, sua madre e sua figlia. Mentre fuma una sigaretta dopo l’altra, Giannini si autodefinisce una «romana svizzera» per la puntualità e racconta di cercare di smorzare il clima con una battuta anche dopo una litigata, a differenza di come la sua personalità possa trasparire sui social. È da qui che partiamo: dal desiderio di conoscere qualcosa di Frida Giannini che il titolo di ex direttrice creativa (nonché la più longeva nella storia di Gucci) non racconta.
Cercando il tuo nome su Google, compare la domanda «Cosa fa Frida Giannini oggi?». Che cosa ti ha portata a prendere le distanze dal sistema moda?
Con Gucci avevo un innamoramento, mi sentivo a casa e quando andavo ad ascoltare altre proposte non scattava mai la scintilla. Avevo bisogno di un distacco perché non mi ero mai fermata: prima di entrare ero stata cinque anni da Fendi, poi quattordici anni tra design director degli accessori e poi direttore creativo da Gucci.
Dopo il distacco mi sono goduta mia figlia e ho visitato città che prima vedevo soltanto dal finestrino della macchina, ma ho continuato a fare collaborazioni. Ho detto no anche a cose che non mi convincevano come contesto, non soltanto come brand, ma non sono capace di stare ferma senza fare nulla: faccio anche interior design, mi occupo delle mie case e di quelle degli altri.
Nel 2025 hai collaborato con Liberty London. Com’è stato tornare a lavorare su un progetto del genere?
Ho deciso di farlo dopo che è mancata mia madre, anche per occuparmi la testa, ed è stato rigenerante. Sono riuscita a realizzare una torre di LED fino al quarto piano dentro Liberty, mentre tutti mi chiedevano come avremmo fatto e come si sarebbe retta: ero stata al concerto dei Massive Attack a Napoli e ho chiesto a loro chi fosse il loro Light Designer. Siamo amici, avevamo già lavorato insieme perché mi avevano fatto delle tracce per un profumo.
Mi piace lavorare direttamente con le persone, dai modellisti alle sartorie a chi fa le fusioni dei metalli: sono proprio un animale da banco, ancora oggi disegno il cappotto sullo specchio con il pennarello bianco e attacco il Patafix per fare i bottoni.
Ripensando agli anni Gucci, c’è qualcosa che senti non sia stato compreso?
È girata questa voce che fossi una persona cattivissima, mentre nel mio ufficio avevo una specie di chaise longue da psichiatra per le varie crisi quotidiane e ho sempre avuto molto rispetto per le persone che lavoravano con me.
Poi mi è stata appiccicata l’etichetta di “commerciale”, che per me è una buona parola: non mi sono mai ritenuta un’artista che deve appendere il suo quadro in un negozio, se un oggetto che faccio rimane su uno scaffale per me è una sconfitta.
All’epoca il tuo lavoro sull’archivio veniva criticato. Oggi che tanti direttori creativi ripartono dalla storia delle maison, come rileggi quei giudizi?
All’epoca si chiamava «operazione nostalgica», ma io non prendevo un pezzo d’archivio per rimetterlo in collezione, lo interpretavo. Flora l’avevo già proposto a Tom [Ford] due anni prima, ma non gli piaceva, gli sembrava vecchio perché lui l’aveva vissuto e non era passato abbastanza tempo per farglielo leggere come cool. Mia madre invece ce l’aveva, ma all’inizio era il foulard più famoso del brand, io l’ho prima reinventato come motif delle borse e poi l’ho usato come stampa e fodera per le collezioni RTW.
L’ho sempre visto come un “logo” senza cifre, perché puoi fare tutti i floreali che vuoi, ma il Flora lo riconosci subito. Per l’horsebit ho portato in fabbrica il morso del mio cavallo, che era pesantissimo, chiedendo di usarlo su una borsa sottospalla e poi su una tracolla e ha funzionato. Sono pezzi di storia della Maison su cui devi lavorare creativamente, non li trovi già fatti nell’archivio e pronti per la vendita.
Sei «romana di Roma». Ci racconti la scelta di rilevare il bar del tuo quartiere?
In quel bar andavo prima di scuola, prendevo il cornetto e chiedevo i gettoni per giocare a uno di quei primi videogiochi con il joystick: un giorno mia madre mi ha chiesto che cosa avessi fatto, perché mi era venuta una vescica e poi mi ha impedito di giocarci. Conoscevo tutta la famiglia e quando hanno deciso di vendere hanno scelto me, dicendomi: «sicuramente tu ci fai un capolavoro».
Ho comprato le mura e seguito la ristrutturazione, ho persino portato oggetti di casa mia per decorarlo. La gestione è affidata a persone di fiducia, perché non è il mio lavoro, ma è un luogo che ho salvato e che lascerò a mia figlia.
Nel libro racconti le tue icone musicali. Che posto occupano nella tua vita privata?
Sono cresciuta con uno zio DJ, Daniele Vellani, e ho ereditato la sua collezione di circa 10.000 vinili, ma di David Bowie colleziono proprio tutto, dalle fotografie ai libri vintage. Due settimane fa Iman è venuta a cena da me tramite un amico comune e voleva venire proprio a casa, perché sapeva della collezione.
Quando le ho mostrato certe cose, era scioccata, c’erano dischi e libri che non aveva neanche lei, quindi puoi immaginare la mia contentezza, anche perché abbiamo parlato di lui. Ho incontrato mezzo mondo, ma Bowie no, purtroppo si era ammalato poco prima della mostra a lui dedicata e da me organizzata al Victoria & Albert Museum – ora diventata esposizione permanente.
Restando sulla musica, la tua donna Gucci aveva l’attitudine di una rockstar. Quanto c’era di te in lei?
Per quanto cerchi di astrarti, è normale che una parte di te entri nella collezione e se mi piace la musica, quelle influenze escono fuori. Il music designer mi mandava le tracce tre mesi prima della sfilata e nell’ultima settimana a Milano facevamo due ore di sessione al giorno, perché volevo essere lì a scegliere, tagliare, chiedere un’altra versione.
Anche i vestiti li provavo su di me per capire la comodità e come portarli, nessuno sa disegnare il womenswear meglio delle donne. Però a una personalità devi dare il tempo di formarsi, anche perché essere l’erede di Tom Ford era un peso enorme – non nego di aver passato qualche nottata completamente in bianco. Lui veniva dal Texas e io da Roma: anche se ci sono i cavalli da tutte e due le parti, la monta è diversa.
Sui social hai un rapporto molto diretto con chi ti segue. Come stai vivendo questa nuova esposizione?
Mi sono fatta un po’ intrappolare, perché appena mi fermo mi chiedono se non commento questo o se mi è piaciuto quell’altro, e io mi diverto a rispondere anche a chi mi attacca. Però lì ho conosciuto uno dei miei migliori amici, mentre con altri ragazzi sono nate conversazioni telefoniche e farò dei progetti, quindi non voglio chiudere il profilo, ma rallentare.
Poi c’è l’intelligenza artificiale, che mi preoccupa molto: mi hanno mandato un video in cui prendevo a cazzotti altri direttori creativi e mi ha fatto impressione, eppure allo stesso tempo ridevo come una matta. L’ho postato ironicamente ed è successo il finimondo, ma non era assolutamente quella la mia intenzione.
Per finire, c’è qualcosa di te che non hai mai raccontato?
Non potrei mai stare con un uomo con i piedi brutti, non ce la faccio proprio, finisce la relazione. Ecco, questo non l’ho mai detto.





