🇮🇹 Hosted By: Olga Campofreda
Che cosa ho imparato dall’armadio di Simone de Beauvoir (sì, ancora su moda e letteratura)
Mi capita sempre più spesso, negli ultimi tempi, di essere chiamata a difendere il rapporto tra moda e letteratura, a dispetto di chi, ancora oggi, sembra considerarla un’anomalia. Come mai la moda ha bisogno della letteratura? Mi si chiede (e mi fa ridere che non sia mai il contrario, forse perché sarebbe troppo ovvia la risposta). E che cos’hanno in comune i libri con i vestiti?
All’inizio mi impegnavo con entusiasmo ad articolare dei punti di aggancio. Per esempio - dicevo – c’è questa ricerca incessante del grande classico, del romanzo universale che possa durare oltre il tempo, di quella borsa iconica che vince sul veloce succedersi delle tendenze; e poi lo stile, lo stile che (ho scoperto studiando), è un concetto comune ad entrambi i mondi e deriva dalla parola latina stylus, l’oggetto appuntito che si utilizzava nell’antichità per scrivere sopra le tavolette di cera o d’argilla. Oggi, sia in letteratura che nella moda, lo stile è quella cosa che lascia il segno, che non si fa dimenticare facilmente dopo aver letto una storia o dopo l’incontro con una persona non solo ben vestita, ma che risalta in un modo tutto suo.
Infine c'è la questione della trama: la trama di un libro, la trama di un tessuto. Questo punto mi ha fatto da assist tante volte per passare a dire che tutto sommato sia la moda che la letteratura sono due ecosistemi che desiderano raccontare storie. Lo fanno intrecciando elementi che significano sé stessi ma anche altro, e in parte, anche non provandoci direttamente, hanno sempre qualcosa da dire sulla società e il contesto che li hanno prodotti.
Nonostante tutto, queste cose vengono recepite con interesse dai miei interlocutori, ma non sono sufficienti a rispondere alle loro domande, perché da sole non riescono a scardinare il pregiudizio – vivo da entrambi i lati – che la moda appartenga al reame della frivolezza e la letteratura a quello della conoscenza, spesso percepita come difficile e polverosa.
Di recente, nel corso di un pomeriggio di doom scrolling, sono capitata su un post in cui si commentava la scelta – secondo l’autore paradossale – di usare la figura di Simone de Beauvoir per un evento legato al mondo della moda. Esiste perfino un’intervista (faceva notare l’utente social) in cui la filosofa francese avrebbe detto che la moda, no, quella proprio era l’ultimo dei suoi pensieri.
Questa cosa mi ha fatto sorridere.


Era chiaro che la persona che aveva scritto quelle cose non avesse letto l’intera intervista, pubblicata sull’Observer con il titolo My clothes and I e oggi facilmente accessibile online.
L’articolo me lo aveva fatto conoscere Maria Luisa Frisa, durante una bella chiacchierata proprio sulla questione del ritrovato connubio tra moda e letteratura. La firma è di Cynthia Judah, una giornalista che insieme al fotografo Jack Nisberg nel 1960 si era recata a casa di Beauvoir per mettere il naso nel suo armadio e parlare di vestiti. È vero, proprio all’inizio della conversazione, l’intellettuale risponde in modo spiazzante: «Devo dire che non mi interessano i vestiti, ho così tante cose a cui pensare, tanti altri interessi che i vestiti non mi passano proprio per la testa.» Ma queste sono solo le prime righe dell’intervista. Paragrafo dopo paragrafo, in quello che è un lungo reportage da casa della scrittrice, ci vengono presentati i suoi capi preferiti, cappottini, pellicce, vestaglie, cappelli, ciascuno dotato di una storia di accompagnamento. Insieme alla descrizione dell’oggetto, infatti, Beauvoir si diverte a raccontare le sessioni di shopping che hanno portato all’acquisto nel corso dei suoi viaggi intorno al mondo, da Madrid a Mosca, dalla Cina fino a New York.
In quell’occasione la filosofa confessa alla giornalista che da bambina non aveva particolarmente a cuore i vestiti, che invece associava ai suoi genitori e al loro stile di vita convenzionale, troppo borghese. Con l’insegnamento alla Sorbona tuttavia, ha cominciato a giocare con la moda, prima per aiutarsi a entrare nel ruolo di docente -moda quindi come travestimento, come disposizione di un ruolo sociale – e poi per esprimere sé stessa, al punto che al secondo anno d’insegnamento alcune studentesse avevano anche cominciato a copiarla.


Sfido chiunque a leggere quest’intervista e a non percepire tutta la gioia e il divertimento della donna mentre ci parla dei suoi vestiti, tirando fuori i dettagli dell’origine di ciascun capo. Come per esempio quando racconta di un viaggio a New York e delle ore di shopping trascorse in quell’occasione: «Mi sono divertita molto: ho comprato un cappottino bianco, di meravigliosa fattura – lo indosso ancora – e un cappotto di pelliccia. Non saprei dire di che tipo ma era tutta soffice.» Per non parlare del suo periodo esotico, quando era nata in lei la passione per camicette e vestaglie di seta. Tutti acquisti che si era potuta permettere proprio grazie alla scrittura.
Alla fine della chiacchierata con la giornalista inglese, sembra che Beauvoir abbia abbassato la guardia. Trascinata dal potere delle storie, le avventure che l’avevano portata all’acquisto dei suoi “tesori” personali, viene meno in lei quella resistenza che l’aveva portata a dichiarare all’inizio di non essere affatto interessata alla moda.
In principio erano gli artisti - scrittori, filosofi, esteti - che dettavano le regole dello stile, sacerdoti di senso estetico, ai quali si guardava con fascino, con ammirazione e a volte con divertimento. Poi è arrivata la controcultura. Intorno alla metà del Novecento tra moda e letteratura si è creata una frattura che permane ancora oggi sotto forma di stereotipo: da un lato la superficie patinata del mondo della moda, dall’altro impegno intellettuale che si tiene lontano – anche se solo apparentemente – da questioni di stile e tendenze. Nel 1960 Simone de Beauvoir era una degli intellettuali engagé più in vista del panorama internazionale e mi sembra che la prima risposta data nell’intervista sia più che altro una risposta di servizio. O forse, e questo è anche probabile, per moda intendeva “tendenza”, e nella tendenza vedeva omologazione, lei che aveva usato i vestiti per raccontare sé stessa, il suo rigore, la raffinatezza del suo sguardo.
Certo è che a più di sessant’anni di distanza da quelle dichiarazioni, qualcosa sta cambiando, e a me pare che si tratti soprattutto di una questione di possibilità: da un lato per la letteratura, che grazie alla moda riesce ad ampliare il proprio bacino di lettori e lettrici, ottenendo una visibilità su scala globale in contesti a volte anche imprevisti, che avrebbe raggiunto difficilmente da sola; dall’altro per la moda, che grazie alla letteratura esce rafforzata nel suo potere di raccontare storie, aggiungendo ulteriori significati alla galassia di simboli di cui da sempre si compone.



