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Pensiero scomodo - Come l’inaugurazione della 61ª Biennale d’Arte di Venezia ha riportato in superficie una fragilità che mette in discussione la tenuta del sistema stesso
«Quello che veramente ami rimane, il resto è scoria», sono le parole recitate da Ottavia Piccolo per l’apertura alla stampa della 61ª Biennale d’Arte di Venezia. Parole autentiche, scevre di ogni perbenismo, scelte non a caso per sottolineare quanto l’amore, in senso alto, e il rispetto delle tradizioni culturali siano fondamentali per la sopravvivenza di un’istituzione. Soprattutto in tempi come questi, in cui l’inversione valoriale e della percezione dell’ordine mondiale sta riscrivendo gli equilibri geopolitici.
Le ascolto di ritorno dalla Laguna: due giorni non sono sufficienti, ma sicuramente necessari per inquadrare l’evento e capire cosa resta al pubblico oltre il clamore esclusivo dell’inaugurazione. Nell’ordine: un premio popolare istituito in sostituzione di quello che avrebbe dovuto assegnare la giuria dimissionaria; un padiglione russo aperto, ma chiuso ai visitatori; i padiglioni israeliano e americano disertati dal pubblico; la promessa dell’apertura di quello iraniano, ma non per tutta la durata della kermesse.
Eppure, dei riferimenti ai Canti Pisani di Ezra Pound al Teatro Piccolo Arsenale è rimasto poco più di un lancio Ansa. Del resto, mettere ordine nel flusso sincopato di occupazioni, scioperi e proteste, non è semplice. Soprattutto quando ciò che accade assume un carattere eccezionale: era infatti dal 1968 che non veniva rimessa così apertamente in discussione l’architettura stessa della Biennale, accusata già allora di elitismo e orientamento al profitto, e criticata per i meccanismi premiali a struttura gerarchica.
Che le Pussy Riot abbiano occupato i Giardini, che cortei e performance abbiano attraversato le calli attorno all’Arsenale e Via Garibaldi, e che le porte dei padiglioni siano rimaste chiuse durante il primo sciopero dei lavoratori nella storia dell’evento, sono fatti concreti che, a quasi sessant’anni di distanza, confermano una situazione in parte cristallizzata. Restituiscono un malessere collettivo non riducibile a semplice schermaglia tra ego — per riprendere ancora Ezra Pound. La domanda è inevitabile: è il momento di ripensare il modello partecipativo della Biennale?


Mentre l’artista cinese Yang Yexin dissemina parte dei suoi mille chicchi d’oro tra le aiuole dei Giardini, invitando il pubblico a chiedersi se si venga a Venezia «per l’arte o per l’oro», oltre settanta artisti dichiarano di non riconoscere legittimo il Leone d’Oro assegnato dal pubblico. Una frattura significativa, non tanto perché anch’io, da avente diritto, ho votato, ma per una questione di coerenza rispetto a ciò che l’arte dovrebbe essere: uno spazio capace di mettere in crisi lo status quo, stimolare il pensiero critico e favorire l’empatia.
«Sono circa cento i Paesi che partecipano oggi alla Biennale, nel rispetto del diritto nazionale e internazionale», ha ricordato il presidente Pietrangelo Buttafuoco agli oltre 4000 addetti ai lavori. Negarlo porrebbe l’istituzione sullo stesso piano di quei Paesi che lo stanno ripetutamente violando. E siamo tutti d’accordo che non è vero che ‘il diritto internazionale vale, ma sino a un certo punto’, giusto?
«La Biennale non è un tribunale», ha aggiunto: «È, sin dal 1895, anno della sua fondazione, un luogo dove si espone, si discute, si ascolta». Parole difficili da separare dalle immagini di Gaza e dalle storie di abusi sui minori in carcere raccolte da Save the Children.
Ma siamo pur figli dell’Illuminismo e non possiamo rinunciare a una postura di coerenza. «Mi meraviglia che il mondo nato dalla Rivoluzione francese, dal laicismo e dalla volontà di costruire una democrazia compiuta, si sia capovolto nel suo contrario: un laboratorio di intolleranza, di censura e di esclusione». È lecito chiedersi: «come siamo finiti a discutere di chi deve esserci e chi no, di chi rappresenta cosa e di quale colpa porti con sé, mentre sono in corso guerre e tragedie reali? Con civili che muoiono più che in un passato in cui credevamo di aver chiuso con l’abominio. Non lo vogliamo ammettere, ma ci sono comunità che hanno ripristinato la pena di morte», ancora parole che parlano di violenza, di genocidio, di Gaza.


Delle 29 partecipazioni nazionali ai Giardini, 25 all’Arsenale, 46 nel centro storico, 7 sono nuove, ciascuna con la propria storia garantita dal diritto di cui sopra: la monarchia assoluta ereditaria del Qatar, che ha affidato il progetto del padiglione temporaneo all’artista thailandese Rirkrit Tiravanija; la Repubblica di Guinea e di Guinea Equatoriale, definite dagli osservatori internazionali la prima, un regime ibrido (o in transizione), la seconda, formalmente presidenziale ma, nella realtà , un regime a partito dominante; la Repubblica di Nauru, nell’Oceano Pacifico centrale, uno dei Paesi più piccoli del mondo; la fragile Repubblica Federale di Somalia; e la Repubblica presidenziale di El Salvador. «Non fermiamoci alle appartenenze», insiste Buttafuoco. «Non smarriamo la Luna».
La Biennale, pur nella sua struttura inevitabilmente asimmetrica, prova ancora a rappresentare il mondo così com’è: frammentato, conflittuale, segnato da una guerra globale che bussa alla vita quotidiana di tutti. «Chiudere a qualcuno significa rendere più difficile l’apertura verso altri. Se la Biennale iniziasse a selezionare non le opere ma le appartenenze, non le visioni ma i passaporti, smetterebbe di essere il luogo dove il mondo si incontra». È una posizione scomoda, ma centrale: la complessità non si governa polarizzando il dibattito, bensì facendosi carico delle tensioni che interrogano il presente.
Ma veniamo a In Minor Keys, il progetto della compianta Koyo Kouoh. La mostra non semplifica: stratifica. Il lavoro corale del team curatoriale ha costruito un ecosistema di spazi, relazioni e sensibilità differenti che trasformano la Biennale in un luogo di attraversamento più che di rappresentazione. Un arcipelago di oasi, cortili e residenze, ma anche ‘case’, dentro e fuori l’istituzione: da Kunsthaus Paradiso, la casa nella casa curata da Caroline Corbetta a Palazzo Molin Querini, allo spazio domestico espanso e collettivo di Chiara Camoni al Padiglione Italia, sino alla dimensione distopica di Florentina Holzinger che annega metaforicamente l’Austria e i suoi artisti in vasche di fluidi corporei.
Significativa anche l’opera di Walid Raad, costruita in oltre trent’anni: Far from quieting è una sequenza di dipinti e disegni in stile trompe-l‘oeil che illustrano i rifugi di Yasser Arafat. «Si dice che il leader dell’OLP non abbia mai dormito nello stesso letto per due notti di fila. Scampato a più di quaranta tentativi di assassinio, non poteva permettersi di abbassare la guardia», e così viveva — e dormiva— sempre in movimento. In questo orizzonte, la casa diventa luogo instabile, spazio mobile, condizione umana più che architettura.


Ecco perché i 110 artisti invitati non rivendicano le fratture ancora aperte tra Nord e Sud del mondo, evidenziate anche dai codici estetici dei padiglioni, ma le abitano con lucida consapevolezza: le opere esposte osservano, registrano, restituiscono in relazione con il pubblico. Quella allestita da Wolff Architects è un’arte laterale, lontana dai tradizionali centri di legittimazione, che proprio nello scarto, in ciò che sino a ora non è stato amato (ri-citando Pound) trova la propria forza.
All’ingresso dei Giardini e dell’Arsenale, l’installazione Soft Offerings to Silenced Voices and to All Who Have Turned to Dust’ di Otobong Nkangale e i versi tratti da If I Must Die, la raccolta di poesie scritte da Refaat al-Areer, ucciso a Gaza nel dicembre 2023 durante un bombardamento israeliano, sono opere introduttive che funzionano come soglie percettive. Il visitatore viene avvertito: ciò che segue richiede tempo, attenzione, permanenza.


Avanti, entriamo. Nel Padiglione Centrale, rigenerato da Labics, le sculture in argilla di Seyni Awa Camara sembrano emergere da un mondo sospeso tra semi-incoscienza e stato di veglia: un raduno rituale che prelude la comunicazione interspecie messa in scena dall’artista e attivista peruviana Célia Và squez Yui. Il suo The Council of the Mother spirit of the Animals è un immaginifico parlamento di sculture zoomorfe la cui storia attinge a una concezione spirituale dell’ecologia, secondo la quale ogni specie è dotata di uno spirito madre. Poco oltre, MarÃa Magdalena Campos-Pons in Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison ritrae rispettivamente le prima donna africana a curare la Biennale d’Arte e la prima donna nera a vincere il Nobel per la letteratura, e mette a fuoco la frequenza del racconto, mentre Buhlebezwe Siwani interroga colonialismo, storia e rappresentazione del corpo nero femminile. Il gesto curatoriale è chiaro: non punta più soltanto a mostrare, ma a coinvolgere.
Centrale anche nello sviluppo della narrazione all’Arsenale la scelta di alternare fragranze, suoni e dispositivi immersivi. Le pratiche di Daniel Lind-Ramos e Guadalupe Maravilla, per esempio, lavorano entrambe su trauma e memoria collettiva: il primo attraverso assemblaggi di recupero legati alla storia caraibica, il secondo trasformando la propria esperienza biografica e clinica in rituale sonoro. Garden of the Broken Hearted di Theo Eshetu mette invece in scena un ulivo attraversato da proiezioni che lo smaterializzano, riportando lo sguardo sulla violenza che consumiamo ogni giorno sugli schermi. Accanto, Khaled Sabsabi costruisce uno spazio contemplativo ispirato alla tradizione mistica islamica.
Dal Libano a Marsiglia: Mohammed Joha, ispirato dalle pratiche dei fratelli gazawi intrappolati in cicli incessanti di distruzione e ricostruzione, sovrappone materiali di scarto che trasforma in opere su tela. La serie No Shelter nasce mentre sullo schermo della sua TV passavano le immagini dell’annientamento quasi totale di Gaza: gli strati di collage che compone sprigionano una carica emotiva che commuove. Si chiama empatia, parola per certi versi e per noi occidentali esausta, e di cui abbiamo un disperato bisogno. Per salvare il mondo da noi stessi e per gli altri. A terra manifesti di denuncia, alcuni ancora leggibili, altri calpestati e violati come fossero corpi.
Ma il sistema, nonostante tutto, resta aperto: un’opera che non cerca sintesi, ma accoglie tutti i punti di vista. Per scuotere, ascoltare, e poi, si spera, tornare ad agire.



