🇮🇹 Il caldo ci farà andare a lavoro in shorts?
La riscoperta dell’abbigliamento come forma di adattamento climatico
Girando per Milano con il termometro che supera i trenta gradi, il sole che batte come un martello e una calura da cui non pare esserci scampo, è facile imbattersi in uomini che portano giacca e cravatta nonostante le folli temperature. Se nelle start-up o nelle aziende creative in città i pantaloncini sono tollerati (ma non ancora le canottiere) tutta una serie di mestieri che vanno dall’agente immobiliare fino al consulente, passando per notai, avvocati e finanzieri vari devono fare i conti con l’indossare completi sartoriali anche in piena estate.
Il che solleva due ordini di problemi. Il primo tipo riguarda la produttività: come dimostrato da uno studio molto citato del 2006 «le prestazioni aumentano con l’aumentare della temperatura fino a 21-22 °C e diminuiscono quando la temperatura supera i 23-24 °C. La massima produttività si raggiunge a una temperatura di circa 22 °C. Ad esempio, a una temperatura di 30 °C le prestazioni raggiungono solo il 91,1% del massimo, ovvero la riduzione delle prestazioni è dell’8,9%». Il secondo riguarda invece le dinamiche di genere: l’abbigliamento femminile può essere molto più leggero del maschile, ma in un ufficio si tenderà a tenere le temperature bassissime per via degli uomini in giacca e cravatta, innescando ciò che CBC ha definito “la battaglia dei termostati”.
Se il problema è (letteralmente) bruciante in Occidente, in Asia la difficoltà aumenta. Il numero di uffici è molto più alto, le temperature spesso pure e i dress code aziendali assai più rigidi di quanto non siano in Europa o negli USA. In Giappone è già dal 2005 che con l’iniziativa Cool Biz si invitano i celebri salarymen (ossia i dipendenti del Paese) a stare senza giacca e cravatta, ma quest’anno, tra caldo e risparmio energetico, si è andati oltre: la governatrice di Tokyo ha invitato i lavoratori a utilizzare i pantaloncini corti. Una cosa inaudita nel formale mondo degli uffici giapponesi e in realtà in tutto il mondo. Il che ci porta a domandarci, il cambiamento climatico diventerà anche un cambiamento sartoriale?
Come scriveva nss magazine in un recente articolo, le ondate di calore degli ultimi anni stanno rendendo le città uno dei punti caldi (pun intended) della battaglia climatica. Secondo fonti ONU, c’è il 75% di possibilità che la temperatura media da qui al 2030 salga al sopra di 1,5 °C della media dell’ultimo secolo. Nelle città, come scrive l’IPCC nel Sesto Rapporto di Valutazione, l’effetto isola di calore urbana può aggiungere fino a 2°C al riscaldamento locale. Tokyo ne è l’esempio più recente e clamoroso: il Giappone ha registrato l’estate più calda dalla fine dell’Ottocento, e l’agenzia meteorologica nazionale ha dovuto introdurre una nuova categoria climatica, kokusho (“caldo crudele”) per descrivere le temperature terribili ma ormai abituali.
Una delle fonti più controllabili di questo problema è il design delle città, non pensato per temperature così alte, e che adesso richiederebbe la piantumazione di centinaia di alberi (non sempre possibile) ma anche tutta una serie di ri-progettazioni come suoli permeabili, materiali riflettenti, riduzione dell’asfalto, tetti verdi, ombreggiamento delle fermate, depavimentazione e rifugi climatici che non si possono implementare con uno schiocco di dita. Anzi, richiederebbero un radicale ripensamento dell’urbanistica come la conosciamo.
Ecco dunque che la soluzione più immediata è quella di vestirsi di meno. È una soluzione operativa da decenni in gran parte del pianeta: si tratta del cosiddetto “officewear tropicale”, già tipico di paesi come Singapore, Indonesia, Brasile, Hawaii e Filippine. In effetti è da anni che il profeta della sartoria maschile, Derek Guy, racconta a milioni di follower come fanno gli uomini d’affari del Sud-Est Asiatico a vestire abiti formali al caldo, citando tra i tessuti il lino, il Solaro e la lana tropicale. In breve, la moda non può essere una soluzione ma può essere una componente per la soluzione alla lotta del caldo.
Oltre ai più rari seersucker e alle lane tropicali, associare alla moda estiva il lino è l’opzione tessile di default. Non solo il tessuto si usa sin dai tempi delle piramidi, ma, appena arriva l’estate, ogni pagina e magazine pensabile inizia a parlarne come se l’avessero inventato ieri. E in realtà a farci capire come il cambiamento climatico ci abbia già spinto ad adattarci come società viene proprio dal fatto che ogni singolo brand o retailer a ogni categoria di mercato, diciamo da Uniqlo in su, ha iniziato a proporre guardaroba in lino per l’estate. È interessante vedere cosa ne abbia fatto la moda di lusso, però, dato che il margine di innovazione sia tessile che di design in questo campo è abbastanza minimo.
Nella recente collezione Cruise 2027 di Chanel, ad esempio, Blazy ha introdotto diversi tessuti striati in una miscela di lino e cotone ispirata alla tradizione del lino basco e prodotta dai telai dell’azienda ACT3. L’idea qui era quella di rifare molti dei classici pezzi di Chanel, tra cui le giacche in tweed e i completi, in un lino che fosse liscio al tatto e mantenesse la sua apparenza di materiale lussuoso. Da Zegna, invece, nell’ultimo show estivo a Dubai si sono visti numerosi completi di lino, un completo di seta che pesava solo 300 grammi e persino abiti che incorporavano nel tessuto della cellulosa.
Gli esempi comunque abbondano: dal lino “stabilizzato” con la seta usato nella Pre-Fall 2026 di Louis Vuitton, fino al lino trasformato in nappe che ricoprono una delle nuove borse Lady Dior nel debutto di Jonathan Anderson per il brand e al lino trasformato in base tessile per quasi un’intera collezione nella Resort 2026 di Loro Piana. Con qualcosa che ha del geniale, invece, Phoebe Philo ha prodotto per la recente collezione estiva la Golf Jacket che sembra di pelle o PVC ma in realtà è una tela di lino “laccata” per apparire lucida.
Altrove, ad esempio in India, un brand di grande successo come Kartik Research utilizza largamente il lino impiegando e collaborando con i moltissimi artigiani tessili locali e dunque dando alle proprie collezioni una risonanza culturale più profonda e autentica. In breve, la risposta della moda (anche al di fuori del lusso se pensiamo a innovazioni come AIRism di Uniqlo) a un mondo sempre più caldo non è stato l’abbandono del decoro, ma la sua reinvenzione attraverso l’innovazione tessile.
Il cambiamento che Tokyo ha ufficializzato con i pantaloncini dei suoi funzionari, in ogni caso, sembra più l’anticipo di una norma globale che una deroga ai dress code tradizionali. Se riflettiamo, ad esempio, oggi sulla moda dell’Ottocento o del primo Novecento, quando gli uomini erano in completo tutto l’anno e le donne erano soffocate da corsetti, crinoline e lunghe vesti persino nella vasca da bagno ci pare impossibile che qualcuno potesse sopportarlo. Forse succederà così anche nel futuro: l’abbigliamento da ufficio, rimasto di base immobile dal dopoguerra europeo è stato costruito per un clima e un’economia che non esistono più e va semplicemente cambiato.
Il processo avrà almeno tre direttrici. La prima è materiale: i tessuti tecnici e naturali ad alta traspirabilità o anche nuovi tessuti come le fibre del bamboo sostituiranno le miscele sintetiche nei guardaroba professionali. La seconda è formale: la silhouette dell’ufficio si allargherà con tagli più ampi, meno strati, meno costrizioni al collo e ai polsi. La terza è culturale: con il riscaldarsi delle città, la stessa etichetta del vestiario dovrebbe evolversi ma sempre rispettando il dress code degli uffici manageriali che è forse l’ambiente più impermeabile alla moda che esista. Ma uscendo dagli uffici e passando a come la gente si veste in strada, le cose possono cambiare. Dopo tutto, fino all’anno scorso vedere persone indossare infradito in città era una follia e oggi invece è di moda.
Ma per tornare al Giappone, l’iniziativa Cool Biz ha già dimostrato che dei vantaggi esistono: in Giappone, vent’anni di abbigliamento estivo alleggerito hanno risparmiato oltre due milioni di tonnellate di CO₂ all’anno, secondo le stime del Ministero dell’Ambiente giapponese, senza che nessuno rimpiangesse la cravatta. La domanda non è più se il guardaroba da ufficio cambierà, ma quanto velocemente il resto del mondo riuscirà ad adattarsi a ciò che Singapore, Jakarta e Honolulu praticano già da generazioni e che i grandi brand di tutto il mondo hanno già tradotto in abiti da comprare.











