All’indomani dello show milanese di Bottega Veneta, il cui look di chiusura era un ampio abito drappeggiato intorno al corpo e trattenuto da un fermaglio sulla spalla, la creator Angelica Hicks ha postato su TikTok una parodia del look annodandosi intorno al corpo un lenzuolo nero e simulando, con collant e un guanto da cucina in silicone nero piegato sotto il braccio, anche gli accessori indossati da Kendall Jennner. Al di là dell’aspetto umoristico del video, è curioso notare che c’è un fondo di verità nella barzelletta: diversi abiti visti in passerella a Londra, Milano e anche nei primissimi giorni di Parigi erano tutti drappeggio, con costruzioni minime o comunque minimamente visibili, e la tendenza ad avvolgere il corpo in modo totale ma fluido.
Ovviamente questi abiti non erano tutti uguali ma si fondavano su un principio più o meno comune: il movimento o flou dell’abito in questione era poco controllato, quasi volutamente naturalistico, dato che questi abiti, nelle loro diverse maniere, erano costituiti da masse di tessuto drappeggiate e avvolte drammaticamente intorno al corpo. In tanti casi diversi la decorazione era minima dato che il nodo, le pieghe del tessuto, le lunghezze stupefacenti che lo risolvevano in cappa, erano i protagonisti.
Il trend è particolarmente curioso. Che aspetto della nostra cultura moderna, o che esigenza del mercato, ha spinto così tanti diversi designer a proporre abiti di questo tipo? Abiti costruiti con poca o nessuna struttura interna, dove il tessuto viene semplicemente avvolto, piegato, annodato o lasciato cadere liberamente sul corpo? Più che una tendenza vera e propria, questa dell’abito-lenzuolo sembra essere una specie di concetto ricorrente, sempre identico, a cui designer diversi arrivano però per vie proprie. Ma procediamo con ordine: in che collezioni abbiamo visto questo abito?
Oltre allo show di Bottega Veneta, l’abito-lenzuolo è apparso in una sua prima forma allo show pre-estivo di Boloria, sotto forma di variazione sull’halter dress, abbinato a un coprispalle di garza nera trasparente. A New York ne abbiamo visto uno di pesante raso blu e annodato sulla clavicola sinistra della modella da Brandon Maxwell mentre, a Londra, ne abbiamo visto diversi specialmente da Paolo Carzana e Roksanda mentre Simone Rocha l’ha reinterpretato come una sorta di cocktail dress con tanto di orlo di pizzo come un vero lenzuolo da corredo nuziale.
Spostandoci a Milano lo stile si è moltiplicato e variato in molte diverse maniere. Sicuramente il Gravity Dress che ha chiuso lo show di Gucci, costruito con una singola cucitura e tenuto al suo posto da una goccia metallica che agiva da peso, pendula dietro la spalla sinistra, ne era una variante. Da Jil Sander abbiamo invece visto una variante atipica, ovvero un balloon dress ispirato (come ha mostrato @insidethemood) a Norman Norell che dunque aveva una sua forma precisa ma diventava una sorta di lenzuolo sul retro, gonfiandosi con l’aria.
Maximilian Davis da Ferragamo non ha proprio fatto un abito così ma ha mandato in passerella due completi la cui giacca smanicata si apriva in un drappeggio gettato di traverso sul petto che poi ricadeva in uno strascico dietro. In modo più interessante Galib Gassanoff ha basato su questo tema più o meno la sua intera collezione, prendendo spunto dal kelaghayi, il fazzoletto tradizionale del nativo Azerbaijan che le donne del luogo drappeggiano sulla testa e sul torso, e che Gassanoff ha trasformato e rielaborato in una serie di look molto coprenti ma estremamente fluidi. Altri esempi notevoli li abbiamo visti da Tod’s e Moschino, ma anche da Diesel, Marques’Almeida, Blumarine e MaxMara.
A Parigi una variante è apparsa all’ultimo show di Dior e un’altra da Marie Adam Leenaerdt. Abbiamo visto look iper-drappeggiati anche da Matièrés Fècales, specialmente sotto forma di una grande tunica bianca con scritto Resist e anche da Maison Margiela dove però la costruzione in realtà c’era ma una colata di stoffa che creava drappeggi concentrici mascherava l’intero corpo. Infine, nel grande show di Saint Laurent tra i look di chiusura se ne sono visti diversi composti da un enorme drappo di organza annodato e avvolto intorno al corpo.
Ora, questo tipo di abito “sciolto”, lungo, privi di forma definita o silhouette strutturata, interamente drappeggiati e a costruzione minimale hanno una lunga genealogia nella moda. Paul Poiret fu il primo a creare abiti in stile Direttorio senza corsetto e dunque sciolti, in Italia le creazioni di Fortuny potrebbero essere degli antecessori. Impossibile poi non citare Madeleine Vionnet e Madame Grès e, a distanza di decenni, Geoffrey Beene e soprattutto Halston. Negli anni ’80 la filosofia “A piece of clothing” venne applicata da Issey Miyake mentre, più avanti, un simile gusto per i volumi sciolti è apparso nel Celine di Phoebe Philo e da Rick Owens. Ma come mai questo look sta tornando adesso?
Una cosa da notare è che questo tipo di abito riappare nei momenti storici di rottura con una moda strutturata e costrittiva. Lo stile Direttorio francese arrivò dopo la Rivoluzione e rifiutò gli abiti à-la-Maria Antonietta, Poiret e Fortuny volevano liberare le donne dai mille strati di tessuti ottocenteschi, così come Vionnet e Grès volevano liberarle dai corsetti e crinoline, Negli anni ’70 si seguiva un simile istinto di liberazione, con un tocco extra di edonismo. Ma oggi? Gli abiti-lenzuolo visti quest’anno potrebbero essere la risposta non tanto a esigenze del mercato ma a un insieme di tensioni culturali che viviamo oggi.
La prima riguarda il controllo del corpo. Rispetto ad abiti aderenti, shapewear, silhouette a clessidra e Ozempic dressing, il drappeggio puro non forza una silhouette ma segue o nasconde quella di chi la indossa. In termini foucaultiani, è un rifiuto delle “tecnologie del corpo”. Dopo decenni di palestra, filtri e corpi ottimizzati per i social, questi abiti restituiscono l’idea di un corpo che vuole tornare “privato”, libero di muoversi senza essere definito da una forma. Inoltre il drappeggio necessita, per la sua semplicità, di tessuti e costruzioni attente, benché minime, quindi potrebbe essere sia legato al ritorno alla matericità della moda visto negli ultimi anni sia all’idea di moda effortless. Cosa c’è di più “privo di sforzo” di un lenzuolo avvolto addosso, come se ci si fosse appena alzati dal letto?
La stessa logica spiega perché la moda degli ultimi quindici anni, così “fotografica”, pensata per essere vista e postata, cominci a lasciare spazio a un’estetica anti-schermo: il drappeggio vale per il peso del tessuto, per come cambia camminando, per l’esperienza tattile più che per l’immagine. È un piccolo ritorno al corpo vissuto contro il corpo rappresentato oltre che una forma avvolgente che funziona come un mantello o una sorta di armatura morbida. Si potrebbe anche ipotizzare che, in un’epoca in cui il mondo conservatore si affida all’estetica aggressivamente femminile di Mar-a-Lago e delle sue vamp con stiletti e visi felini, dominata dal male gaze, un abito che dissolve il corpo lo rende anche meno classificabile, e questa ambiguità assume un significato culturale e politico, oltre che estetico.
Infine, il drappeggio potrebbe agire come segnale di status. In un’epoca in cui la retorica dei brand sta tornando a insistere sulla qualità e in cui le manifatture si verticalizzano per incrementare il valore percepito dei brand, questi abiti parlano anche di gusti alternativi e di un interesse per l’artigianalità concreta. Il ritorno degli abiti-lenzuolo racconta dunque forse il desiderio di un abbigliamento meno normativo, meno performativo e meno legato a un corpo “gestito”. Sono abiti che promettono protezione, libertà e semplicità: tre cose che, in tempi incerti, sembrano un lusso.









