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La fondatrice e direttrice creativa Cynthia Merhej parla di colonialismo, creatività in tempo di guerra e cosa significa creare un brand di moda in Medio Oriente.
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Non sono molti i brand che possono dire che il loro primo momento virale dell’anno sia arrivato già il primo gennaio, ma per Renaissance Renaissance il 2026 è iniziato decisamente con il botto. Fondato da Cynthia Merhej nel 2016, il brand è cresciuto in un periodo storico in cui separare la moda dalla politica, dal luogo e dall’esperienza vissuta è diventato sempre più difficile, se non impossibile.
Un intreccio di elementi che si è reso evidente, quasi come se fosse scritto dal destino, quando Rama Duwaji ha scelto di indossare Renaissance Renaissance in occasione dell’insediamento del marito, Zohran Mamdani, come nuovo sindaco di New York City. In altre parole, una donna di origini siriane ha indossato un brand libanese per l’inaugurazione del primo sindaco musulmano e socialista della città più influente degli Stati Uniti.
Nel corso degli anni, Renaissance Renaissance ha seguito una traiettoria che sfugge a qualsiasi categorizzazione. Sebbene il marchio e il suo atelier abbiano sede a Beirut, Cynthia Merhej ha vissuto e lavorato tra Parigi e il Libano, permettendo al brand di muoversi fluidamente tra la produzione locale e i circuiti della moda internazionale. La produzione è rimasta radicata nel Paese natale della designer, con alcune fasi sviluppate anche in Italia, e ha contribuito alla costruzione di un linguaggio incentrato sulla rinascita, la continuità e l’evoluzione. Avvicinandosi al suo decimo anniversario, il cambiamento emerge come il tema chiave di questo anno significativo: un cambiamento interno al brand, ma soprattutto all’interno di un’industria che Merhej definisce «insostenibile, in particolare per i designer indipendenti».
Renaissance Renaissance si avvicina ora al traguardo dei dieci anni. Guardando indietro, come descriveresti l’evoluzione del brand e in che modo il significato del nome riflette questo percorso?
Ci sono stati tanti alti ma anche tantissimi bassi. Il brand si è fermato e riavviato diverse volte: ogni volta che le cose sembravano prendere slancio, accadeva qualcosa di destabilizzante. All’inizio non assomigliava affatto a quello che è oggi, i capi erano molto semplici e vendevo quasi esclusivamente ad amici, attraverso piccoli pop-up. La versione di Renaissance Renaissance che il pubblico conosce oggi, con collezioni più consapevoli e strutturate, ha iniziato a prendere forma solo più avanti, intorno al 2018 o 2019.
È quest’evoluzione che rappresenta il nome Renaissance Renaissance rappresenta. Il mio approccio ruota attorno all’idea di rinascita e trasformazione, non solo delle persone ma anche degli abiti. Credo profondamente che non siamo mai la stessa persona nel corso della vita e mi piace pensare che i vestiti possano riflettere questo cambiamento, accompagnandoci nelle diverse fasi. A volte acquisti un capo e non lo indossi per anni, finché improvvisamente non arriva il momento giusto e quel pezzo entra nella tua vita in un modo completamente nuovo. Questa idea di circolarità, di ritorno e di continua evoluzione è centrale nel mio lavoro.
Sei un’alumna del CSM, ma non hai studiato fashion design. Cosa ti ha spinta a entrare nel mondo della moda e in che modo questo percorso non convenzionale influenza oggi il tuo lavoro?
Mia madre è una couturière, e lo era anche mia bisnonna, anche se purtroppo non l’ho mai conosciuta. Fin da bambina la moda è stata per me un linguaggio naturale per raccontare storie, ma non volevo seguire un percorso che sembrasse già scritto o imposto. Nei primi anni del brand, a volte ho rimpianto di non aver studiato fashion design, perché la scuola ti offre tempo e spazio per trovare la tua voce. Io invece ho dovuto farlo in tempo reale, mentre costruivo un’attività e cercavo semplicemente di sopravvivere.
Col senno di poi, però, mi sono resa conto di esserne grata. Ho visto molti amici studiare moda e finire per odiarla e credo che non aver vissuto quell’esperienza mi abbia permesso di mantenere un rapporto più ingenuo e giocoso con questo mondo.









Essere palestino-libanese negli ultimi anni deve essere stato estremamente difficile. Hai trovato conforto nell’arte o è stato piuttosto un terreno di conflitto? Alcune collezioni sono direttamente ispirate al tuo background culturale?
Vivere con bombardamenti e droni sopra la testa non è certo un contesto che favorisce la creatività, ma impari ad adattarti, perché fermarti significherebbe fare il gioco di chi vuole zittirti. C’era qualcosa di profondamente assurdo nel sedersi a pensare a dei vestiti mentre tutto il resto stava crollando.
Il primo anno è stato particolarmente duro, e credo che quell’oscurità sia emersa chiaramente nella collezione FW24. Con la SS25, invece, si percepisce un cambiamento: ho iniziato a sentirmi leggermente più fiduciosa e ho voluto affrontare quei temi in modo più intimo, cercando di riportare un po’ di leggerezza anche nel mio processo creativo. Una parte fondamentale del nostro lavoro è anche il tentativo di riscrivere la narrazione dominante. I palestinesi e le persone della regione vengono spesso ridotti al ruolo di vittime, ma siamo anche artisti e creativi che continuano a produrre nonostante tutto.
Sei stata selezionata sia da Fashion Trust Arabia sia dal LVMH Prize. In cosa sono state diverse queste due esperienze e cosa rivelano sul rapporto tra i sistemi moda eurocentrici e quelli mediorientali?
Il colonialismo ci ha insegnato per molto tempo che ciò che abbiamo non ha valore, ma sempre più persone stanno iniziando a scardinarsi da questa idea. Quando Fashion Trust Arabia è nato, non esisteva nulla di paragonabile nella regione e molti dei giudici provenivano da istituzioni europee. Di conseguenza, in alcuni momenti l’esperienza poteva ricordare quella delle piattaforme occidentali già consolidate. Oggi, però, stanno emergendo numerosi incubatori culturali che crescono in modo autonomo, diventando progressivamente meno dipendenti dalla validazione europea.
L’esperienza con il LVMH Prize è stata comunque incredibile: essere riconosciuti da una realtà del genere rappresenta una tappa fondamentale nella carriera di qualsiasi designer. Allo stesso tempo, però, la moda mediorientale viene ancora spesso percepita come qualcosa di “nuovo” da quel pubblico. Detto questo, la rappresentazione sta lentamente cambiando. Quando sono stata nominata per la prima volta nel 2021 ero l’unica designer araba, mentre nel 2025 eravamo in tre provenienti dalla regione.
Renaissance Renaissance è interamente Made in Lebanon, ma per anni il brand ha operato anche da Parigi. In che modo questa doppia dimensione influisce sull’identità e sul racconto del marchio?
In realtà oggi operiamo completamente dal Libano. Mi ero trasferita a Parigi perché tra il 2020 e il 2024 qui era diventato quasi impossibile lavorare. Il Libano ha attraversato un collasso finanziario, un’iperinflazione, proteste, la pandemia e infine l’esplosione del porto. Non c’erano elettricità, sistema bancario né stabilità, a un certo punto realizzavamo i capi letteralmente con la vecchia macchina da cucire a pedale di mia nonna.
Una continuità non era sostenibile e per mantenere vivo il brand me ne sono andata, ma ora la situazione si sta lentamente stabilizzando, e tornare qui significa essere più vicina alla produzione e alle persone con cui lavoro. La filiera del brand è molto verticale: tutto è concentrato in un raggio molto ristretto, il che rende il processo più diretto e concreto.









Realisticamente parlando, spostare definitivamente il brand a Parigi sarebbe stata la scelta più semplice. Restare in Libano è stato un atto di ribellione nei confronti del sistema moda?
No, e sinceramente Parigi non è mai stata l’opzione più facile. Non avevo soldi, non sono francese e avviare un’attività lì è estremamente costoso e limitante. In Libano, invece, le persone avevano voglia di supportarmi e di far parte di quello che stavo costruendo. Esiste anche una cultura del lavoro diversa: si lavora senza sosta, le cose si muovono velocemente e c’è un forte senso di collaborazione.
Quello spirito mi ha fatto sentire più coinvolta e ha reso il lavoro più significativo. All’inizio restare sembrava semplicemente la strada più accessibile, ma oggi è una scelta consapevole. Non si tratta di ribellione fine a sé stessa, ma di un impegno legato a ciò che voglio che il brand rappresenti e a dove voglio che rimanga il valore.
Di recente hai pubblicato un cortometraggio sul brand su Instagram, incentrato sul tema del cambiamento. Cosa vorresti davvero cambiare nell’industria della moda?
La consapevolezza più grande per me è stata capire che non puoi aspettare il cambiamento: devi costruirlo tu. All’interno di un sistema eurocentrico, soprattutto per una persona non bianca, la ricerca di validazione può diventare una trappola. È anche per questo che per me è fondamentale ribadire costantemente le mie origini e il contesto da cui nasce il brand: non voglio che Renaissance Renaissance venga percepito come un marchio francese solo perché circola in spazi europei.
Ho notato che affermare chiaramente di essere Made in Lebanon cambia già la prospettiva, perché molte persone danno ancora per scontato che qualcosa di questo livello non possa provenire da qui. Mettere in discussione questo pregiudizio fa parte del cambiamento. Non sto aspettando che l’industria evolva da sola: sto cercando di incarnare il cambiamento attraverso il mio lavoro e attraverso ciò che scelgo di nominare e rivendicare.





