🇮🇹 Versace non era mai stato così Vitale – Cool Haunted by nss magazine
È durato poco perché era straordinario o era straordinario perché è durato poco?
Nella vita, i gusti migliori sono quelli acquisiti. E lo stesso può dirsi della collezione SS26 di Versace, oggi ricordata con il più pratico soprannome di “Versace by Dario Vitale”. Quando è stata presentata, con uno show più intimo di quanto molti si attendevano, ha inizialmente diviso l’opinione pubblica. Grandiosa rilettura dell’immaginario di Gianni Versace o semplice riesumazione degli anni ’80 nei suoi colori più scioccanti? È stata una forte impressione, che però ha cambiato d’un colpo la percezione di Versace, facendo piazza pulita delle glamazon platinate e delle mega-sneaker logate divenute sinonimo del brand negli ultimi anni. Ma dopo il primo shock, ne è arrivato un secondo.
Dopo essere stato nel brand per soli nove mesi, producendo una singola collezione, una collaborazione sneaker e un’interessante campagna 3-in-1, Dario Vitale è stato licenziato dai nuovi/vecchi padroni del Gruppo Prada che nel frattempo avevano acquisito Versace, ponendo fine alla sua breve stagione nel sole. Adesso, il brand attende l’avvento di un altro designer non meno magistrale, Pieter Mulier, responsabile della rinascita di Alaïa. Nel frattempo, la riconoscibilità e la fama conquistate da Vitale, oltre che le centinaia di editoriali e cover in cui è apparsa la collezione, hanno fatto parlare gli insider del settore di una “rivincita” del designer vittima delle logiche di mercato.
La collezione si trova insomma in una posizione molto particolare: non solo apprezzata dagli insider e altamente riconoscibile, ma anche, data la rapida uscita del direttore creativo, quasi un’edizione limitata degna di essere collezionata. C’è di più: La comunità della moda ama un underdog e Dario Vitale è l’underdog perfetto: giovane, professionista rispettato ma anche un creativo molto apprezzato a cui è stata negata una possibilità da un grande gruppo del settore proprio sull’orlo di un cambiamento che sarà epocale per Versace.
Eppure, potremmo arguire, proprio la sua rapida uscita ha in parte creato un apprezzamento quasi anomalo per la collezione. Anomalo non per mancanza di meriti, ma per insolita intensità ed emotività di cui si è caricato. Da questa vicenda potremmo dunque desumere qualche lezione più ampia sui direttori creativi e sulla psicologia del pubblico della moda?
«Sin da subito la collezione ha scioccato e ha fatto sì che si parlasse di Versace in una maniera completamente diversa rispetto a come avveniva prima d’allora», ci ha detto Francesco Rudi di @versaceeventi, la più importante fanpage dedicata al brand. Rudi ha paragonato la collezione al protagonista silenzioso di Teorema di Pasolini dato che «si è catapultata nella vita abitudinaria e ripetitiva di ognuno di noi e l’ha stravolta». Rudi ha proseguito così il suo paragone: «In Teorema, l’ospite della famiglia borghese si presenta in modo inaspettato, e semplicemente esistendo, senza sguardi di troppo o provocazioni di alcun tipo suscita il desiderio sessuale di tutti i membri della famiglia. L’attrazione che provano nei suoi confronti li porta a sperimentare dei lati di sé mai provati prima».
Proprio come l’ospite misterioso di Teorema, Dario Vitale è sparito relativamente in fretta portando la nuova audience del brand prima a sviluppare una vera ossessione per questo grande what if della moda. A differenza della moda d’archivio, però, qui la collezione si può comprare: sul sito e in boutique è tutto disponibile e, stando alle informazioni di Rudi, la collaborazione con Onitsuka Tiger è stata di tale successo che presto ne saranno annunciate nuove colorway. Come dice Rudi, «è stata tutt’altro che rassicurante per la tipica clientela di Versace: ha spaesato, sconcertato, confuso, e in alcuni casi anche deluso» ma stando alle sue informazioni «per vendere, ha venduto. Non solo per l’estetica, la narrazione, ma anche per l’esclusività dei pezzi. Non ci sarà mai più un Versace by Dario Vitale. Il punto è proprio che il fatto che Dario se ne sia andato è ciò che ha reso tutto più desirable».
Certo, continua Rudi, «il fan del Versace by Donatella, fatto delle stampe barocche ed eccessi, non si è rispecchiato sempre e pienamente nel Versace by Dario che è stato molto più apprezzato dai clienti storici del brand, ovvero i fan di Gianni, e dalle nuove generazioni. Non c’è mai stata così tanta attenzione nei confronti di Versace da parte di un pubblico così giovane». A differenza della lunghissima era di Donatella Versace, per Vitale «tutto si basava sul desiderio, e sul voler esplorare questo, sul piano del sesso, con dei codici diversi» ma anche su obiettivi pratici dato che «l’obiettivo [di Vitale, ndr] non era andare a vestire aspirazionalmente dei talent per il Met Gala, ma raggiungere le abitazioni delle persone».
Per Rudi «il problema del Versace by Donatella è esattamente ciò che succede ad ogni corrente artistica: quando arriva al culmine, prima di tramontare e dar spazio a quella successiva, si esaspera. Lei ha fatto lo stesso, ha portato all’esasperazione tutti i caratteri di Versace: il bondage, le stampe, la pelle… tutto». Senza che si riuscisse «a discostarsi dal vecchio mito hollywoodiano per esplorare delle forme nuove e innovative».
Gli effetti culturali del Versace di Dario Vitale sono stati dei fondamentali riallineamenti della nozione di desiderio alla base del brand stesso. Prima ancora della sua precoce uscita, la collezione è stata al centro di cover in tutto il mondo, è finita addosso a tutte le celebrità pensabili (da volti storici come Julia Roberts alla new face Connor Storrie) e ha ricevuto la validazione di mega-star come Addison Rae, Robyn e Dua Lipa riuscendo obliquamente a diventare un instant cult per la comunità queer.
Per molti versi, il Versace di Dario Vitale esiste nello stesso immaginario esteso dei lavori di Tom of Finland e del Querelle di Fassbinder. E insieme a quella di Chanel, la collezione SS26 di Versace è stata l’unica altra che ha spinto numerosi editor e insider del sistema a presentarsi in negozio, provare la collezione e postare a riguardo sui social. Una cosa davvero rara oggi.
Il motivo di questo interesse è sicuramente il senso di esclusività di cui parlava Rudi, ovvero l’effettiva limitatezza temporale di una collezione che non avrà seguiti o repliche e, dunque, già nel suo apparire in negozio è assomigliata a uno di quei drop di Supreme che spingevano i fan a un pellegrinaggio in negozio. Entrando e uscendo in nove mesi e firmando una singola collezione, il Versace di Dario Vitale non ha forse potuto esprimere il suo pieno potenziale ma, allo stesso tempo, è stato immediatamente consegnato alla storia della moda come un fenomeno unico.
Sul piano della narrativa, quest’era creativa tagliata così corta non è apparsa spezzata, ma miracolosamente concisa. In un’epoca in cui i direttori creativi che hanno debuttato nell’ultimo anno hanno già firmato cinque o sei collezioni nel giro di altrettanti mesi, la singola collezione di Dario Vitale non è stata appesantita da insistenze, ridondanze o esasperazioni commerciali.
Qualcosa di simile, anche se meno commerciale, era successo quando Jean-Paul Gaultier affidò le collezioni di Haute Couture a diversi guest designer ogni stagione, creando una serie di collezioni-evento uniche e per questo memorabili. considerando che negli ultimi anni i cambi di direttore creativo sono diventati più frequenti in tandem con la diminuzione nella durata dei mandati assegnati ai designer, potremmo guardare a questo fenomeno come all’annuncio di un nuovo modello?
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Il ruolo del direttore creativo è parecchio cambiato negli ultimi anni diventando celebrità, finendo al centro di gossip, venendo annunciati come i salvatori o redentori di questo o quel brand. Il grande dibattito di oggi ruota intorno alla questione di quanto potere assegnare loro. LVMH e Chanel, ad esempio, amano investire su una direzione creativa solida e fare dei propri creativi delle superstar - non è un caso se Pharrell appare anche in campagne e collaborazioni di altri brand del gruppo e Jonathan Anderson ha firmato un contratto da talent.
Kering, invece, sta ridiscutendo il potere di queste figure: dopo lo shock causato dall’uscita di Alessandro Michele da Gucci, che ha portato il brand a un triennio di confusione creativa ora conclusosi con Demna (si spera), il nuovo CEO Luca De Meo ha detto da subito che le sorti di un brand non possono legarsi a una figura il cui rapido turnover è ormai un fattore consolidato da preventivare, con una media di cambi ogni 5 anni o meno. Secondo le indiscrezioni, la sua proposta era di affidare ai direttori creativi l’immagine e circa il 20% della produzione del brand, lasciando tutto il resto nella “cassaforte” delle collezioni carry-over e garantendo una forma di continuità. In base a questa lettura, i creativi sono sia un asset che una liability, sia una risorsa che un rischio.
Certo, anche se ci sono moltissimi esempi di brand di lusso che funzionano anche senza il protagonismo di un direttore creativo, si tratta comunque di brand molto specifici, che producono magari solo borse o scarpe. Ma andrebbe la pena di intrattenere il pensiero: essendo cambiate le logiche del mercato, dovrebbero cambiare anche le logiche della moda stessa. I brand dei mega-gruppi e i designer indipendenti, in fondo, sono ormai creature del tutto diverse, nemmeno lontanamente paragonabili e se gli ultimi hanno ancora bisogno di una voce autoriale, i primi hanno implicitamente rinunciato all’autorialità da diverso tempo, delegando e diffondendo il potere decisionale attraverso strutture sempre più capillari.
In questo senso, il caso di Dario Vitale da Versace potrebbe rappresentare la serendipica realizzazione che una singola e intensissima stagione, quando ben calibrata, può avere un impatto molto più elevato di una direzione creativa decennale che però sforna nuovi prodotti ogni tre mesi, finendo per perdere quel fattore di specialità e unicità che un “atto unico” potrebbe invece avere. Il che però comporterebbe un cambio di marcia completo nella narrazione di tutta l’industria. Ma sarebbe opportuno chiedersi se il mercato non si stia muovendo da un’idea di esclusività di prezzo a una di esclusività di tempo.










