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Urban Protection: la storia della collezione che ha rivoluzionato lo sportswear urbano
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Le città cambiano, cambiano le abitudini, e con esse cambia anche il modo di vestire. Fin dalla sua fondazione nel 1971 da parte di Massimo Osti, inizialmente sotto il nome di Chester Perry, C.P. Company ha concepito il design come uno strumento per leggere il presente attraverso funzione, ricerca e sperimentazione sui materiali. Nel corso dei decenni, il brand è diventato uno dei nomi chiave dello sportswear italiano, non tanto per la capacità di seguire le tendenze, quanto per quella di tradurre le condizioni della vita contemporanea in capi concreti.
È proprio questo approccio fondato sulla ricerca ad aver reso possibile una delle fasi più significative nella storia del brand con Urban Protection, una collezione che ha ridefinito il significato stesso dell’abbigliamento nella città moderna.
Quando Moreno Ferrari viene nominato Creative Director nel 1997, imprime una svolta netta al percorso del marchio, spostando l’attenzione dalle fibre naturali tinte in capo, che avevano fino a quel momento definito gran parte dell’identità di C.P. Company, verso un linguaggio più duro, quasi industriale, capace di rispecchiare le tensioni di una città alle soglie del nuovo millennio.
Se nelle collezioni precedenti la vita quotidiana veniva interpretata attraverso utilità, colore e ricerca tessile, con Urban Protection l’abbigliamento viene riformulato come un sistema di difesa, una risposta diretta all’instabilità, all’inquinamento e alla frammentazione sociale della metropoli di fine anni Novanta. Il punto di partenza di Ferrari è la strada stessa:
«Mi piace andare nei mercati, nei pub, nei luoghi più marginali, osservare le persone e analizzare i cambiamenti sociali. È da lì che è iniziata Urban Protection. Massimo Osti aveva i suoi colli bolognesi, quello era il suo mondo, la sua estetica. Io ho creato la Metropolis jacket per dire che C.P. Company deve confrontarsi anche con la città distopica.»
Da questa osservazione prende forma un processo di ricerca estremamente rigoroso. Come spiegava lo stesso Ferrari, il progetto nasce da un’analisi approfondita dell’abbigliamento da lavoro legato alla sicurezza e del rapporto tra i tessuti e gli ambienti inquinati. Il risultato è il Dynafil TS-70, un nylon nero resistente agli oli, alle perforazioni e agli strappi, sviluppato per contesti industriali, che diventa il materiale simbolo della collezione e il fondamento del suo intero linguaggio visivo.
A partire da questo elemento, Urban Protection si espande fino a costruire un universo completo di capi e accessori pensati per la sopravvivenza urbana. Maschere antigas, allarmi di emergenza, torce, rilevatori di inquinamento e cuffie non vengono inseriti come semplici dettagli futuristici, ma integrati come dispositivi funzionali, ciascuno capace di evocare un aspetto preciso della città contemporanea, intesa come spazio di tensione, vulnerabilità e continua adattabilità.
Al centro di questa visione si colloca la Metropolis jacket, presentata per la prima volta nella stagione SS99. Più di ogni altro capo, riesce a sintetizzare il cuore del progetto, dimostrando come l’abbigliamento possa diventare un’interfaccia tra corpo e ambiente urbano, un elemento in grado di mediare tra esposizione e protezione, visibilità e anonimato. All’interno della collezione, tuttavia, anche altri due oggetti restituiscono con particolare efficacia questa visione, ciascuno da una prospettiva diversa.
Il Rest, della stagione FW00, è uno zaino che si trasforma in sgabello. Pensato da Ferrari per i momenti di attesa nei non-luoghi della contemporaneità, aeroporti, zone di transito, soglie anonime della città, affronta la resistenza urbana non come una metafora, ma come un problema concreto da risolvere.
Il Beekeeper coat, della stagione FW01, si muove invece su un piano completamente differente. Ispirato all’abbigliamento degli apicoltori e dedicato a Pier Paolo Pasolini, introduce una dimensione più poetica all’interno della collezione, nata dalla tensione tra mondo rurale e contesto urbano, tra un’Italia in via di scomparsa e la città distopica che Ferrari stava immaginando.
Insieme, questi elementi definiscono l’ampiezza di Urban Protection, rigorosa e funzionale da un lato, consapevole dal punto di vista culturale e profondamente personale dall’altro.
Le domande alla base di Urban Protection spingono presto Ferrari oltre i confini dell’outerwear tradizionale. Con la linea Transformables, presentata per la prima volta nella SS00, questa ricerca si apre a territori completamente nuovi.
Realizzati in poliuretano trasparente o in un nylon gommato a due strati, resistente agli strappi e derivato dalle giacche antipioggia del ciclismo competitivo, i Transformables sono oggetti che rifiutano qualsiasi forma di staticità. I gilet diventano zaini, le mantelle si trasformano in amache, le giacche in sedute gonfiabili, aquiloni, sacchi a pelo o tende. Ferrari descrive così la propria visione in una conversazione con Cristina Morozzi nel 2000:
«Odio le cose pesanti. Odio i muri. Inseguo invece il sogno di città leggere, città ideali e precarie, che possano essere smontate e ricomposte in pochi istanti da folle di nomadi. Immagina una città che appare e scompare in un attimo. Queste giacche sono la mia architettura. Non posso costruire in cemento armato, ma posso lavorare con gli stessi materiali delle tende militari. In questo modo, anche le mie costruzioni sono fragili, ma proprio per questo riescono ad affrontare temi delicati come le emozioni, gli amori, gli entusiasmi e le illusioni.»


Ogni Transformable porta con sé un significato profondamente personale. Ferrari era particolarmente legato alla giacca che si trasforma in sacco a pelo, simbolo per lui di libertà, indipendenza ed esperienza nomade. Le tende, invece, nascono da una scena del film d’autore francese Corps à cœur, diretto da Paul Vecchiali, in cui un uomo attende davanti alla casa della persona amata vivendo in una tenda. È proprio quell’immagine a spingere Ferrari a progettare un’intera serie di oggetti attorno al sentimento dell’attesa. La giacca che diventa aquilone, racconta, è «la mia anima».
L’era creativa di Ferrari in C.P. Company rimane uno dei momenti più significativi nella storia del brand, ma le questioni che ha sollevato non sono mai scomparse. A distanza di decenni, il marchio torna su quella stessa intuizione con la Metropolis Series, rilanciata nel 2020 e intitolata proprio alla giacca che aveva definito la collezione originale.
Il principio resta quello della protezione, ma cambiano le condizioni. Se Urban Protection rispondeva alle ansie specifiche della fine del ventesimo secolo, Metropolis Series rilegge quella tensione in termini più architettonici e duraturi. L’abbigliamento non è più una maschera, ma uno scudo, una struttura che permette a chi lo indossa di attraversare lo spazio urbano mantenendo discrezione, autonomia e identità.




La collezione si oppone alla retorica dell’iper-visibilità che domina gran parte della moda contemporanea, proponendo invece un’idea più silenziosa di presenza, fondata sulla continuità e sulla funzione piuttosto che sullo spettacolo. Per comprendere davvero cosa stia cercando di fare Metropolis Series, è necessario ripensare il ruolo stesso dell’abbigliamento.
Il teorico dei media Marshall McLuhan sosteneva che i vestiti non siano semplici rivestimenti, ma estensioni della pelle, dispositivi che regolano lo scambio tra corpo e ambiente e che, allo stesso tempo, definiscono l’identità sociale. Metropolis Series prende questa intuizione e la traduce in un linguaggio fatto di forme essenziali, costruzioni resistenti e protezione intenzionale.
In un contesto in cui la moda celebra spesso l’effimero, Metropolis Series insiste invece sulla durata. Un’idea di abbigliamento non come dichiarazione stagionale, ma come infrastruttura, pensata per resistere nel tempo e per accompagnare la vita urbana con intelligenza, solidità e misura.









