🇮🇹 Semiotica dell’edicola di Beppe Cottafavi
Estratto da "Edicola Italiana", il primo free press di nss edicola
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È celebre l’aforisma di Hegel secondo cui la lettura del giornale è la preghiera mattutina dell’uomo moderno. Più esattamente parla di una forma di preghiera realistica rivolta, non si sa bene a chi, nella speranza di dare forma e ordine, per un giorno almeno, al caos del mondo. Viviamo giorni in cui gli agenti del caos sono egemoni.
E per leggere i giornali e domare il caos ci vogliono le edicole che li vendano. L’edìcola [dal lat. aedicŭla «tempietto», dim. di aedes «tempio»].
È secondo la Treccani
1. a. Tempietto o cappellina con dentro, nel mezzo, una statua. b. Piccolo organismo architettonico, costituito per lo più da due colonne con sovrapposto un frontone, spesso annesso a un edificio maggiore, per servire da ornamento e protezione a immagini sacre, raffigurazioni celebrative, epigrafi, o a nicchie e finestre (nicchie, finestre a edicola).
2. Costruzione in ferro, in legno o in muratura, collocata sul suolo di una strada o piazza pubblica, nell’atrio di una stazione o altrove, e destinata alla vendita di giornali, periodici e altre pubblicazioni.
L’edicola è stata per almeno un secolo una macchina semiotica perfetta: una soglia. Non era un negozio, perché non vi si entrava davvero; non era una piazza, perché non vi si sostava troppo a lungo. Era un dispositivo liminare, di confine, nel quale il cittadino incontrava la forma materializzata dell’Enciclopedia — quella, per intenderci, che non sta in un volume ma nella testa collettiva di una comunità interpretante.
Davanti all’edicola si compiva ogni mattina un rito di negoziazione del reale. Il lettore non acquistava soltanto un giornale: acquistava un mondo possibile tra molti mondi concorrenti, ciascuno organizzato da un diverso regime di veridizione. Il mondo descritto da Repubblica era molto diverso da quello descritto dal Corriere, quello del Manifesto da quello descritto da Libero o da La verità, paradossale versione italiana della Pravda sovietica.
Il titolo a nove colonne non diceva semplicemente “questo è accaduto”, ma “questo merita di essere creduto prima di ogni altra cosa”. L’edicola era dunque il teatro quotidiano della lotta fra interpretazioni, presentata sotto la forma rassicurante di una pila ordinata.
L’edicolante svolgeva una funzione sacerdotale ma non dogmatica: custodiva il tempio senza mai commentare l’ortodossia dei fedeli. Sapeva che chi chiedeva il giornale non chiedeva lo stesso giornale del vicino; la deissi — “mi dà il giornale?” — funzionava perché esisteva un’enciclopedia condivisa che completava l’enunciato. Era un atto linguistico perfettamente cooperativo: le regole conversazionali del filosofo inglese Paul Grice applicate alle metropoli e alla provincia nello spazio dell’edicola. All’angolo della piazza e della nostra infanzia. Mio padre comprava il giornale ogni mattina con la stessa ostinazione con cui pagava le tasse: non perché si fidasse dello Stato, ma perché voleva sapere esattamente in che modo lo Stato stesse sbagliando. L’edicolante non era un commerciante, era un testimone. Vedeva gli uomini prima che diventassero le loro opinioni della sera. Sapeva chi leggeva la politica, chi la cronaca nera, chi le pagine sportive per non parlare con la moglie a colazione. Per gran parte del Novecento, l’edicola è stata una forma di educazione sentimentale. Mio padre avrebbe continuato a comprare il giornale. Non per credere alle notizie, ma per avere qualcosa contro cui discutere.
Con l’avvento del digitale, la funzione dell’edicola si è dissolta non perché sia scomparsa l’informazione, ma perché è scomparsa la soglia. Internet non espone: immerge. Non c’è più differenza fra vetrina e archivio, fra edizione e aggiornamento. Il lettore non sceglie tra interpretazioni visibili ma riceve una sequenza personalizzata di conferme, una semiosi illimitata amministrata da procedure automatiche che non distinguono più tra notizia, commento e reazione emotiva.
Nel mondo cartaceo la notizia era necessariamente finita: la carta imponeva un arresto alla proliferazione interpretativa. Il giorno dopo arrivava un nuovo giornale e l’universo semiotico si riordinava. Nel digitale, invece, ogni evento produce una catena infinita di metatesti — commenti, repost, rettifiche, ironie — che non cancellano il precedente ma lo inglobano, come note a piè di pagina che divorano il testo principale.
L’edicola sopravvive oggi come reliquia funzionale: vende biglietti e servizi, ma conserva una forma simbolica. È la memoria concreta di un tempo in cui la verità aveva un supporto e quindi una durata. Il giornale di ieri serviva ad avvolgere il pesce perché la sua funzione informativa era conclusa; quello digitale non può avvolgere nulla e dunque non finisce mai.
Forse per questo l’edicola continua a rassicurarci. Non perché rappresenti il passato della comunicazione, ma perché rappresenta la possibilità che il mondo sia ancora organizzabile in una sequenza di pagine. Un’illusione tipografica, certo — ma ogni civiltà vive anche delle proprie illusioni ben impaginate.
Le edicole sopravvissute in Italia sono 12 mila. Nel 2000 erano quasi 40 mila. Negli ultimi 25 anni il numero di edicole in Italia si è fortemente ridotto (di circa il 70–75%), soprattutto a causa della crisi della stampa cartacea, del cambiamento delle abitudini di lettura e di fattori economici
Le sopravvissute ricevono e vendono anche i libri. Crime, fantascienza, spionaggio e rosa con collane storiche come i Gialli Mondadori, Urania (nata nel 1952 e nella sua storia diretta anche due fuoriclasse come Fruttero e Lucentini), Segretissimo, Harmony. I Gialli Mondadori hanno quasi cent’anni, nascono nell’estate del 1929.
È la nascita di un marchio editoriale storico, un unicum nell’editoria italiana e mondiale, talmente iconico da diventare proverbialmente rappresentativo di un intero genere e travalicando con la sua stessa definizione i confini puramente letterari, andando ad abbracciare anche il cinema, il teatro e i fatti di cronaca. Da Agatha Christie a Patricia Cornwell alla collana di apocrifi dedicata a Sherlock Holmes in edicola si può leggere benissimo.
E poi i libri allegati ai quotidiani, con collane anche di grande pregio come quelle dedicate a Pier Paolo Pasolini o Umberto Eco, sfruttando anniversari o lutti: Michela Murgia. Collane noir oppure fumetti, mentre scrivo è in corso una grande collana dedicata a Corto Maltese di Hugo Pratt. O ancora una collana dedicata al giornalismo d’inchiesta che raccoglie i nomi più autorevoli della stampa internazionale, premiati con il Pulitzer, e le firme storiche del Corriere della Sera. La Russia di Putin di Anna Politkovskaja, La città dei vivi di Nicola Lagioia, V13 di Emmanuel Carrère, Tutti gli uomini del Presidente di Bob Woodward e Carl Bernstein, Dispacci di Michael Herr, L’affaire Moro di Leonardo Sciascia, Il sorpasso di Italo Calvino, Cronache terrestri di Dino Buzzati, La lunga strada di sabbia di Pier Paolo Pasolini. Risponde Repubblica coi grandi scrittor americani: Carver, DeLillo, Everett, Morrison, Oates, Foster Wallace. Tirature tra le 10 e le 20mila copie. A basso prezzo, altissima qualità. Libri bellissimi.
Quando arrivò internet, il tempo della giornata — mattino, edizione del pomeriggio, supplemento del sabato — fu sostituito da un presente continuo. La homepage prese il posto della vetrina: tutto simultaneo, tutto già aperto. L’edicola, che viveva di attesa, si trovò improvvisamente fuori sincrono. Eppure non scomparve. Cambiò funzione. Divenne un luogo dove si comprano biglietti dell’autobus, figurine, ricariche telefoniche, pacchi consegnati da corrieri che non sanno più dove finisce la città e dove comincia la logistica. La carta non è più la ragione principale ma la memoria accessoria: una delle tante merci, non la più redditizia (marginalità bassa: guadagno medio su un quotidiano: circa 18–20% del prezzo), ma quella che conferisce dignità al resto.
Nel frattempo, il gesto della lettura si è privatizzato. Leggere sul telefono significa non dover mai dichiarare cosa si sta leggendo: niente copertine visibili, nessuna appartenenza estetica. L’edicola era invece una forma di esposizione involontaria. Comprare un settimanale politico o una rivista di enigmistica era una micro-confessione pubblica, registrata dallo sguardo neutro dell’edicolante e da quello, meno neutro, dei passanti. L’algoritmo oggi conosce i gusti meglio di lui, ma non li guarda: li calcola.
La differenza fondamentale sta forse nel tempo. Il giornale cartaceo non aggiornato diventava immediatamente passato: la sua autorità era inseparabile dalla sua obsolescenza programmata. Il digitale, al contrario, simula l’eternità, ma a prezzo della memoria. Le notizie si accumulano senza sedimentare; la cronaca non diventa mai archivio, resta superficie scorrevole. L’edicola era un dispositivo di stratificazione urbana: titoli del giorno sopra quelli di ieri, sotto i mensili, accanto agli almanacchi. Una geologia della contemporaneità.
Oggi molti passano davanti all’edicola senza fermarsi. Non perché non leggano, ma perché leggono ovunque. E tuttavia l’edicola continua a esercitare una funzione simbolica: ricorda che l’informazione è stata, per lungo tempo, un incontro fisico. Una cosa da prendere in mano, da aspettare, da condividere accidentalmente.
Se il digitale ha trasformato la notizia in flusso, l’edicola resta una diga minima, quasi ornamentale, contro l’indifferenza del continuo. Non vende solo carta: vende la possibilità che il mondo, almeno una volta al giorno, abbia un bordo preciso.







